martedì 13 maggio 2014

8 cose da dire su Xscape di Michael Jackson


Michele Boroni Critico di mass media, comunicazione e cultura pop
Pubblicato maggio 12, 2014
Domani, 13 maggio, esce in tutto il mondo Xscape (Epic-Sony), il disco postumo di Michael Jackson.
Dopo averlo ascoltato, ecco 8 cose – otto, quante le canzoni contenute nella versione standard – da dire su questo disco che rischia di diventare un successone globale dell’estate 2014.

1- Premessa. La dicitura disco postumo dovrebbe mettere in guardia, specialmente se si tratta di canzoni e demo incisi dal 1983 al 1991, cioè quando Michael Jackson era in gran forma e si meritava in pieno la nomea di The King of Pop. Voglio dire, ci sarà un motivo per cui queste canzoni non sono state inserite in dischi come Thriller e Bad, nemmeno come b-side, no? Forse quindi non erano all’altezza. Ma magari oggi ci accontentiamo pur di ascoltare la gracile vocina e il groove contagioso di Michael. E poi c’è tutta la storia del business del caro estinto. Quindi partiamo da qui per tenere basse le aspettative.

2- Premessa/2. Liberiamoci comunque dal pensiero di “Michael”, il primo disco postumo, una raccolta mal assemblata uscita frettolosamente nel 2010 con inutili duetti (50 cent, Akon) e una produzione complessivamente così scadente che gli stessi membri della famiglia misero in dubbio che la voce fosse davvero la sua (c’è una vasta letteratura su internet sull’ipotesi che il cantante della gran parte dei pezzi fosse tal Jason Malachi e non MJ). Questa è un’altra storia.

3- Produzione. L.A. Reid, gran capo della Epic, ha preso dei pezzi completi dall’archivio di MJ (compresi nella versione deluxe del disco) e ha chiamato un dream team di produttori r’n'b da classifica per rendere le tracce più contemporanee. A presidiare il tutto c’è Timbaland, ma anche Stargate (produttore di Rihanna) e Rodney Jerkins che collaborò con MJ sul disco “Invincible” .
LA Reid ha annuncia tronfio che “il disco è stato realizzato nello spirito dei piani originali di Michael, in linea con ciò che lui voleva”. Ovviamente questo non lo sapremo mai. Ma il lavoro fatto sulle canzoni originali è mediamente di ottimo livello, visto che non stravolge le canzoni più old fashioned e riesce a dare una buona spinta alle più recenti.

4-Versione standard e deluxe. Come gran parte delle grandi produzioni degli ultimi tempi, anche Xscape ha la sua bella versione deluxe con brani aggiuntivi. Ma in questo caso l’edizione lusso ha decisamente più senso, considerato che contiene le versioni originali trovati nei cassetti di Michael Jackson, alcune con accompagnamenti acustici (solo piano in “Love never felt so good”) o arrangiamenti già completi (“Blue Gangsta”, “Slave to the rhythm”).

5- Il processo di costruzione delle canzoni. Per i fan di MJ, ma in generale anche per gli amanti del pop, sarà uno spasso vedere i cambiamenti che i produttori hanno apportato rispetto alle demo per crearne le versioni contemporanee (il caso di “Love never felt so good” in questo caso è esemplare). Ma è anche interessante vedere come i pezzi contenuti nella versione deluxe siano in fondo dei semilavorati o fasi intermedie per altre canzoni: ad esempio, “A place with no name” ha portato evidentemente alla scrittura della hit “Leave me alone” e certe idee vocali di “Blue Gangsta” potrebbe aver ispirato“Earth song”.

6-Thumbs up. Oltre al già citato singolo Love never felt so good, canzone scritta insieme a Paul Anka nel 1983 dopo Thriller e non inserita in Bad (forse perché ricordava molto il Jacko di Off The Wall) c’è “Loving you” che magari paragonata ai grandi classici del periodo Quincy Jones risulta una cosetta, ma oggi ai nostri orecchi ci sembra un gran bel pezzo pop. Citerei anche “Blue Gangsta” che sembra in tutto e per tutto un pezzo di Justin Timberlake.

7-Thumbs down. Sì, ci sono i due pezzi WTF che non avremmo voluto ascoltare. “A place with no name” è, nella versione originaria, un’inutile versione black di “A horse with no name” degli America (?!) e anche dopo il “trattamento Stargate” non migliora affatto. E poi c’è “Do you know where the children are” che parla di una ragazza sessualmente abusato dal suo patrigno (ehm): testo e trattamento, con un abuso (ancora) di “ih iihh” e respiri vari di MJ, personalmente li avrei evitati volentieri. Ah, anche il featuring di Timberlake (contenuto solo nella deluxe version) non aggiunge nulla al pezzo, e il sapore è quello di un’occasione mancata.

8- Quindi? Conoscendo la fame di blockbuster che hanno oggi le case discografiche mi aspettavo che l’operazione fosse da ascrivere sotto la categoria “raschiamo-forte-dentro-il-barile”. E forse un po’ lo è davvero. Però pur nella sua totale mancanza di coerenza di insieme, il disco ci ricorda, ancora una volta, che senza MJ difficilmente avremmo canticchiato “Happy” di Pharrell, qualsiasi pezzo di Justin Timberlake e mille altri ancora.
Consigliato l’acquisto della versione deluxe.

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