venerdì 29 maggio 2015

Ballando con Michael Jackson di Toni Bowers

Oramai, i video di Dimitri Reeves che balla in vari punti della città di Baltimore sulle note delle canzoni di Michael Jackson sono stati guardati milioni di volte. In quello più conosciuto, ripreso dal giornalista Shomari Stone, Reeves delizia un pubblico stupefatto quando, con la canzone “Beat It” che risuona dal marciapiede, inaspettatamente comincia a fluttuare lungo una strada disseminata di rifiuti imitando le mosse della danza giubilante e rabbiosa di Jackson, portando cautela in un momento di fervore degli animi.

"Don’t want to see no blood, don’t be a macho man. They’ll kick you, they’ll beat you, they’ll tell you it’s fair, so beat it".
Sulla sua pagina Facebook, Reeves ha chiesto a chi ha guardato i suoi video di non analizzare troppo minuziosamente il possibile significato dei brani che ha scelto - “Beat It”, “Smooth Criminal”, “Will You Be There”, “Black or White” e altri. “Volevo semplicemente ballare” ha detto. È stato un formidabile istinto.
Quando Reeves ha alzato il volume e ha fatto rivivere quei magici passi da un lontano passato, si è manifestata una gioia condivisa nell'arrabbiata cittadina in lutto e la città ha risposto. Individui, grovigli di giovani ragazzi, e alla fine vaste folle hanno cominciato a improvvisare la loro danza insieme a Reeves, con gioia e determinazione scritte chiaramente sui loro volti. Una strana, inattesa bellezza si materializza davanti ai nostri occhi e noi intravediamo un’altra Baltimore, molto diversa dalle immagini diffuse dai media – una città che sta trovando un modo per guarire dall'interno.

Lo stesso giorno della prima videoregistrazione della danza di Reeves, io stavo camminando su e giù per un costoso negozio di specialità gastronomiche di Philadelphia. La musica di sottofondo deve aver vibrato senza essere notata finché improvvisamente l’atmosfera non è stata riempita dall'impetuoso ritmo senza tempo di “Thriller”. 
In un attimo si stavano muovendo tutti. L’uomo che tagliava la carne stava davvero oscillando leggermente a destra e a sinistra. La faccia della guardia all'ingresso (l’unico nero nel negozio) si è addolcita e ha cominciato a muovere la testa. 
Una donna vicino a me si è fermata e fissando lo sguardo lontano ha iniziato a battere i piedi a tempo. Per un misterioso istante, qualcosa di cui sentivamo il bisogno e avevamo perduto è diventato di nuovo presente.

È stato un gran bel momento, ma mancava anche qualcosa. Sebbene tutti avessero risposto alla musica, è successo con una strana furtività — non in modo aperto, condiviso o con il giubilo contagioso che si stava verificando a Baltimore. Nessun incrocio di sguardi, nessuno che ridesse o cantasse, nessuno che si muovesse senza trattenersi o si fondesse con il ritmo. Poi è arrivata un’altra canzone e siamo tornati a trascinarci dietro ai nostri carrelli della spesa e a esaminare formaggi artigianali. Non era cambiato niente.

Da allora ho riflettuto su quelle 2 scene che, seppur diverse, avevano una cosa in comune: Michael Jackson.
Dimitri Reeves avrebbe potuto scegliere migliaia di altri brani più recenti e attualmente in voga di “Beat It”, ma la sua scelta di ballare sulle canzoni di Jackson è stata infallibile. Perché forse più di ogni altro intrattenitore, Michael Jackson ha deliberatamente costruito la sua musica come un dono di speranza e guarigione. Canzone dopo canzone offre in maniera unica una visione di compassione, una testarda fiducia nella capacità umana di unirsi, gioire e fare giustizia. Simili ideali vi sembrano artificiosi o d’altri tempi? L’idea che la musica possa riorganizzare il mondo vi sembra inverosimile? Anch’io propendo a pensarla così. Ma gli scintillanti momenti che Reeves ha creato a Baltimore suggeriscono il contrario.
Il potere espresso dalla danza di Reeves ci ricorda che i risultati raggiunti da Jackson sono molto più di irresistibili canzoni dal superbo successo di vendita o anche di una musica magnifica. Il suo lavoro resta anche "politicamente" potente.
Una delle ragioni di questo è l’insistenza di Jackson sulla responsabilità e sull’empatia – "who am I to be blind, pretending not to see their need?" (chi sono io per essere cieco, facendo finta di non vedere i loro bisogni?)
Un’altra è l’invito costantemente ripetuto del suo lavoro: "Come and dance with me". (Venite a ballare con me).
Noi acquirenti indaffarati ci siamo rifiutati di ballare e la perdita è stata nostra: ma Dimitri Reeves e il suo vicinato hanno scelto, più saggiamente, di ballare con Michael Jackson: di mettere la sua musica a palla, portarla agli altri, rifiutare l’imbarazzo e il giudizio altrui e gioire.

Ballare con Michael Jackson magicamente "heal the world" - guarirà il mondo - e "make it a better place for the entire human race" - lo renderà un posto migliore per l’intera umanità?
Risponderà alla domanda che una bambina chiede a un poliziotto in “We’ve Had Enough: How is it that you get to choose who will live and who will die?" (Com’è che siete voi a decidere chi vivrà e chi morirà?)
Porterà giustizia per Freddie Gray o rimedio a un sistema di “giustizia” razzista?
No. Ma potrebbe aiutare; in realtà, come ha dimostrato Reeves, sta già aiutando.

Ciò che è singolare è il modo in cui la cultura dominante degli Stati Uniti, che necessita di tutto l’aiuto possibile, sembra opporre resistenza alla mano tesa di Jackson. 

È chiaramente percettibile: per essere un uomo che ha dominato il mondo della musica pop nei recenti decenni, Michael Jackson è diventato una figura stranamente in ombra. Non a Las Vegas o alla Sony Music, ovviamente, dove lui continua a rastrellare milioni di dollari ogni anno e resta di gran lunga il musicista che fa guadagnare di più al mondo, in gran parte grazie alle vendite oltreoceano.

Quello di cui sto parlando è la cultura dominante, la via maestra degli Stati Uniti, specialmente la cultura dei bianchi americani privilegiati, come quelli al negozio di specialità gastronomiche di Philadelphia. Lì, si è consolidato un atteggiamento snobbistico verso Michael Jackson e la sua musica, insieme a una riluttanza nel celebrare l’imperterrito idealismo di Jackson, l’eccentrica persona pionieristica e le pratiche di integrazione e compassione. C’è persino una certa riluttanza ai riconoscimenti della sua magnitudine artistica. Noi non ci rivolgiamo a Michael Jackson riconoscendo in modo diretto i suoi meriti. Non abbiamo riguardo dei suoi risultati con la meraviglia che meritano. Noi non balliamo.

A prescindere dal contesto, questo sarebbe un modo piuttosto indegno di comportarsi verso uno degli artisti più importanti del 20 secolo. Ma è un’attitudine ancora meno saggia adesso, perché ci lascia deviare dalle sfide che Jackson, sia lui come uomo che la sua musica, ha proposto per modi di pensare e di comportarsi che continuano ad avvelenare questo paese. Perché deve essere così?

Ho chiesto a un mio amico di circa 20 anni cosa pensasse della musica di Michael Jackson: i ragazzi la ballano ancora? La risposta del mio amico è stata istruttiva. “Grande musica” ha detto “ma se arriviamo a quello che ha fatto con dei piccoli bambini, è meglio scordarselo”. Ero scioccata. Ma è possibile? 
Dopo uno dei processi più costosi e impegnativi della storia americana risultato in “non colpevole” per tutti i capi d’imputazione, dopo ripetute prove che Michael Jackson non ha mai commesso alcun misfatto, ma è stato il bersaglio di estorsori e di fronte alla quantità ormai immensa di testimonianze concordanti su che onorabile, e ingiustamente leso, essere umano Jackson sia stato in realtà, è possibile che siano ancora oggi le sanguisughe dei media che hanno visto il suo linciaggio come una fonte di profitto a definire Jackson e a limitare il potere del suo lavoro? A quanto pare sì.
La progressiva crocifissione della reputazione di Jackson avvenuta più di 10 anni fa continua ancora.

Oltretutto, continua ancora con modalità impreviste. Non voglio suggerire che quello che è successo a Jackson sia in alcun modo sufficientemente comparabile a quello che è successo a Freddie Gray, Michael Brown, Eric Garner e molti altri neri americani che recentemente sono morti per mano di funzionari della legge. Jackson, dopotutto, è sopravvissuto al suo dramma (a stento) ed è andato avanti (per poco). 
Non sto dicendo che tutte le recenti sofferenze e ingiustizie abbiano una diretta connessione all'esperienza specifica di Jackson. Ma quello che voglio veramente sostenere è che sono state le stesse "strutture di ingiustizia" che adesso stanno permettendo alle autorità civili di assassinare cittadini americani disarmati a ferire anche Jackson e che il suo caso può aiutarci a capire e contrastare quelle strutture.

La stessa nazione di spettatori che erano pronti ad assistere inerti e a lasciare che un incubo inghiottisse Jackson ora guardano esperienze anche più strazianti sormontare dozzine di altri.
Alcuni osservatori stanno usando i filmati di Baltimore irresponsabilmente scelti di proposito che i media nazionali hanno mostrato come esca per rafforzare i loro pregiudizi. (Chi immaginerebbe, a guardare le immagini trasmesse in TV, che le azioni vandaliche sono state molto meno delle dimostrazioni pacifiche e dei gesti di solidarietà?)
L’esperienza di Jackson e di quei tanti, tantissimi neri che di recente sono entrati in conflitto con la polizia e sono morti per questo non sono la stessa cosa, ma sono, per certi aspetti, correlate. Sono deplorevoli in modi simili e per simili ragioni, denunciano patologie simili che ci stanno consumando e ci fanno vedere di noi stessi più di quanto vorremmo.

C’è una cosa che l’esperienza di Michael Jackson ha reso ben chiara. Gli atti di ingiustizia che stiamo testimoniando adesso sono basati, e in un certo qual modo autorizzati da una terribile verità di lunga data negli Stati Uniti: che quando si tratta di rispetto, diritti civili e giustizia, conta se sei nero o sei bianco.
Jackson è stato il nero con più visibilità negli anni recenti a scoprire che è bastato essere accusato per essere trattato selvaggiamente. Ma tale scoperta non è stata affatto di sua esclusiva. (Ciò che lo è stato è quanto i media siano stati direttamente responsabili per ciò che Jackson ha patito: pochi veri criminali passano per l’infamia che lui ha dovuto sopportare innanzi a una platea mondiale).
Nel caso di Jackson, come in ogni disgustoso caso che abbiamo sentito in questi ultimi due anni, è stato negato a un nero uno dei diritti più preziosi di cui si presume goda ogni americano: la presunzione di innocenza. Ciascun caso è diverso, ma da questa importante prospettiva, ciascun caso è anche simile all’altro.

Nel caso di Jackson, quello che forse più ne connota l’eccezionalità è il fatto che ogni affermazione che facesse sembrava in qualche modo automaticamente messa in dubbio, nei termini più clamorosi e intimi, da sconosciuti e pubblicamente. Non c’era nessuna regola e nessun rispetto. Da marito, Jackson ha dovuto starsene seduto e ascoltare una giornalista che in una diretta televisiva internazionale chiese a sua moglie di confermare se lui era in grado di fare sesso. Non molto prima, un’altra gli aveva chiesto a bruciapelo se era vergine. L’ansia che si è sviluppata e intensificata nel corso della vita di Jackson è stata di fatto una ragionevole risposta a una siffatta mostruosità. Nessun’altra celebrità, ad eccezione della Principessa del Galles, ha sperimentato quel tipo di spietate e insistenti invasioni che Jackson ha dovuto sopportare.
E persino Diana ha dovuto affrontare quei violenti attacchi da adulta, mentre Jackson ha dovuto farci i conti tutta la vita, dalle notti in cui il suo padre venale accompagnava gruppi di ridacchianti ragazzine a guardare un Michael adolescente dormire a quelle ultime, oltraggiose immagini distribuite in tutto il mondo, scattate attraverso il finestrino dell’ambulanza, di un Jackson morente o già morto che veniva colpito sul petto e intubato. E poi c’è stata l’immagine del corpo nudo sul tavolo del medico legale, ripubblicata milioni di volte.

Questi e un numero infinito di altri oltraggi da parte dei media erano (e sono) spiegati regolarmente facendo riferimento al peculiare carattere di Jackson. Se l’è cercata lui, ci viene detto, con quel personaggio pubblico contraddittorio - una sorta di inerme adolescente marcato in modo razziale che “appare minaccioso”. 
Ma il ricorso a quel tipo di spiegazione restrittivamente personale distoglie l’attenzione dai veri problemi, dal razzismo pervasivo e dall'ingiustizia sistemica. Citare le peculiarità o i fallimenti della persona che stai brutalizzando come un modo per spiegare (giustificare? mitigare?) la brutalizzazione è un modo per incolpare la vittima. Ti permette di ignorare il tuo proprio comportamento e una consuetudine di pensiero che lascia spazio alla crudeltà, magari attraverso la passività.

Dire questo non equivale a dire che Michael Jackson non fosse straordinariamente vulnerabile all'abuso o che non abbia fatto dei gravi errori. Lo era, li ha fatti. Emotivo, reticente e troppo accomodante, come spesso sono le vittime di abusi nell'infanzia, isolato, fragile, narcisista, strano e schifosamente ricco, terrorizzato dal confronto, educato alla formalità mentre gravato dal peso del suo genio e abituato al fatto che la sua famiglia facesse pasto di lui. Jackson era, citando la famosa descrizione che ne ha dato Steven Spielberg, “come un cerbiatto in una foresta in fiamme”. 
Ma nulla di tutto questo equivale a essere un criminale, non più di quanto un correre lungo la strada, un opporsi a un’ingiustificata perquisizione della propria casa o un saltare la scuola non siano una ragione per essere sparati. Nessuna sorpresa che Jackson sia stato sopraffatto. Nessuna sorpresa che gli americani stiano manifestando per le strade. Chi non lo farebbe?

Al di là della riduttiva focalizzazione sulle peculiarità individuali, c’è un’altra spiegazione rilevante sia per la sofferenza di Jackson che per la crisi dei diritti civili che stiamo affrontando adesso: il razzismo. Questa è la parola ed è ora di dirla forte e chiaro.
Il razzismo non riguarda, primariamente, le persone che lo subiscono, ma coloro che lo praticano. Non riguarda individui strani o diversi: riguarda le persone comuni che decidono chi è strano o diverso e scelgono di averne paura piuttosto che celebrarle.

Di tanto in tanto, il razzismo che ha sempre vorticato nell’ombra attorno a Jackson ha palesato la sua faccia diabolica – per esempio quando l’ignorante visione della vitiligine e del suo trattamento lo ha accusato di “voler essere bianco”. Michael Jackson si è sempre identificato come nero (I just look in the mirror; I know I’m black - Mi basta guardarmi allo specchio: so di essere nero) e ha riconosciuto intrattenitori neri come sue maggiori influenze (James Brown, Jackie Wilson, Diana Ross, Stevie Wonder, Otis Blackwell, e Sly Stone tra i tanti altri). Ha celebrato la sua eredità afroamericana al punto di dare ad entrambi i suoi figli maschi il nome da schiavo del suo trisnonno, Prince. (L'autrice, nei commenti dell'articolo, ha scritto che questo errore - sappiamo che solo Blanket ha "Prince" nel nome ufficiale - è da attribuire a chi glielo ha editato, ndt). 
La sua musica non ha mai abbandonato, anzi ha sempre esaltato le gloriose tradizioni della musica americana nera. Ciò nonostante, Jackson è odiato per il suo presunto desiderio di essere bianco.

Questo odio irragionevole perseguita Jackson anche dopo la sua morte nel 2009. A luglio di quell’anno il giornale francese Charlie Hebdo mise in copertina uno scheletro con le sembianze di Jackson con la scritta “Michael Jackson, en fin blanc” — “Michael Jackson, finalmente bianco”.
In questo momento sta circolando su internet una piccola pubblicità che include una fotografia di una modella con la vitiligine, con una didascalia che cordialmente ci ricorda che questa è la stessa malattia che Jackson “sosteneva” di avere. 
“Sosteneva,” nonostante le fotografie di una vita a provarla, nonostante le testimonianze unanimi di familiari, medici dermatologi e truccatori, nonostante il fatto che suo figlio maggiore sembra abbia la stessa malattia ereditaria, e persino nonostante la definitiva diagnosi dell’esame autoptico. 
Quale intrattenitore bianco ha mai ricevuto così poca comprensione per una malattia che è debilitante per tutta la vita? (una delle tante di cui Jackson ha sofferto)? Quando è stato concesso un così piccolo beneficio del dubbio, quando è stato costruito un nonsenso così ostile? “Non sarà facilmente perdonato per essersi preso così tante rivincite” scrisse James Baldwin con lungimiranza quando Thriller conquistò il mondo.

Non dovrebbe sorprendere nessuno che Michael Jackson, praticamente al pari di ogni altra persona di colore di questa società, sia stato vittima di razzismo. Ciò che è rimarchevole è quanto abitualmente e nettamente la spiegazione individualistica abbia sostituito quella sociale nel caso di Jackson. Un modello talmente oltraggioso che, una volta che lo identifichiamo, può istruirci sulla nostra catastrofica situazione attuale e mostrarci l’importanza di dare il giusto nome e di correggere questa consuetudine alla diversione, all’autogiustificazione e all’abuso perpetrato.
I bianchi americani privilegiati devono imparare a riconoscere la loro tendenza a individualizzare l’oppressione. Ovviamente gli individui contribuiscono alla loro propria vita, ma nel contesto del malessere razziale degli Stati Uniti, il problema non è primariamente il singolo individuo di colore, il problema è il sistema e l’attitudine consolidata di coloro che godono appieno dei privilegi.

Negli Stati Uniti, tendiamo a considerare la differenza come una patologia. Proviamo disagio innanzi a chiunque trascenda le nostre categorie, turbi i nostri pregiudizi o esponga il bluff degli stereotipi dominanti.
Michael Jackson e la sua musica hanno fatto tutto questo contemporaneamente e sotto molteplici aspetti. Ma la cosa più importante, che non dovrebbe essere dimenticata, è che lo ha fatto con gioia. 
Rimuginare troppo a lungo sulla sofferenza di Jackson vorrebbe dire dimenticare la sua irriducibile giocosità e forza di volontà. La cosa fantastica, alla fine, non è quanto Michael Jackson fosse strano o quanto difficile fosse la sua vita, ma quanto grande sia stata la sua capacità di gioire, la sua generosità, la sua abilità e determinazione nel portare gioia agli altri. 
Di una curiosità infinita, deliziato dalle persone ed emozionato dalla bellezza del mondo, "he just had so much fun"- si è semplicemente divertito così tanto.
Ha sofferto, sì; si è prostrato e ha subito esperienze dolorose. Ma è questo ciò che rende la sua esuberanza così degna di nota e così prezioso il fatto che lui ha portato e continua a portare gioia alle altre persone. Indipendentemente da tutto, lui ha ballato. Dobbiamo ricordarcelo e rendere onore a questo e ballare con lui.

Dimitri Reeves ci ha insegnato parecchie cose il mese scorso. Una è stata che abbiamo bisogno di Michael Jackson ora più che mai. Il vergognoso trattamento che Jackson ha ricevuto per mano della cultura popolare alla quale ha contribuito così tanto non è stato un fenomeno isolato, è stato solo troppo sintomatico. 
Considerandole con attenzione, le esperienze di Jackson denunciano attitudini e abitudini dannose che sono ancora decisamente in atto ai giorni nostri.
Naturalmente, sarebbe stato molto meglio se Jackson non avesse dovuto passare attraverso tutto questo, esattamente come sarebbe meglio se i neri americani potessero camminare lungo le nostre strade sentendosi al sicuro dagli agenti di polizia.
La maggioranza privilegiata dovrebbe riuscire a imparare come comportarsi senza che quelli che sono già svantaggiati debbano soffrire e nessun apprendimento o progresso per coloro che già sono privilegiati può cominciare a riscattare il tipo di errori di cui stiamo parlando. Ma nello stesso tempo, è cruciale che i privilegiati si rendano conto che non tutti lo fanno e usino il loro potere per cambiare questa situazione. 
Come minimo, adesso dovremmo cominciare a pretendere che tutti godano della presunzione di innocenza, qualcosa che richiederebbe ai media e alle forze dell’ordine di rivedere il modo in cui operano.

Grazie a Dimitri Reeves, abbiamo visto un piccolo percorso da avviare in direzione di una guarigione, un percorso che lui ha tratto direttamente da Michael Jackson: possiamo uscire e ballare per le strade per diffondere gioia anziché paura. Venite a ballare con me, "come and dance with me" ha scritto Jackson: Unitevi alla mia danza, per favore unitevi a me ora - "Join in my dance, please join me now". Reeves ha accettato l’invito di Jackson.

Ballare con Michael Jackson, accogliere la sua mano tesa è più che onorare una vita difficile e straordinaria e una quantità immensa di doni – sebbene sia proprio ora che cominciamo a farlo senza giudicare, senza rancore e senza dire bugie.
È qualcosa che dobbiamo fare per noi stessi e gli uni per gli altri – non in un tentativo di salvaguardarci dal dolore e dai pericoli attuali, ma per dirigerci più lontano negli aspetti più sconcertanti delle nostre vite e affrontarli con gioia. È un modo per scegliere il tipo di futuro che vogliamo e il tipo di persone che vogliamo essere.
Ballare con Michael Jackson vorrà dire lasciare andare l’odio e la paura, riconoscere la bellezza in ciò che ci sembra strano ed essere disposti a cogliere un’opportunità. Richiederà che il nostro rapporto con gli altri sia empatico e creativo in quello che noi siamo abituati a pensare come nostro proprio spazio e richiederà rispetto. In questo modo, la danza a cui Jackson ci invita è una sorta di allenamento etico. È un modo per essere all'altezza delle nostre credenze e delle nostre professioni e di assumerci la responsabilità per i privilegi di cui godiamo. 

Got the point? Good. Let’s dance. Capito il punto? Bene. Balliamo.
Traduzione: Laura Messina