venerdì 11 dicembre 2015

Il Dna musicale di Jackson in ogni stile, compreso il rock - Jon Pareles

L'autorevole critico musicale americano: «Michael è stato anche il più grande ballerino dai tempi di Fred Astaire»

13 luglio 2009
Parla Jon Pareles, musicologo laureato a Yale e chief music critic del New York Times

NEW YORK – «Michael Jackson è stato un genio sofferente e creativo, destinato a lasciare un’impronta superiore persino a quella dei Beatles e di Bob Dylan». Parla Jon Pareles, musicologo laureato a Yale e chief music critic del New York Times, considerato il più autorevole critico musicale americano. Adesso che il circo dei media scatenato dalla sua morte si è finalmente placato e le troupe televisive di mezzo pianeta sono tornate a casa, Pareles spiega al Corriere.it quella che secondo lui sarà l’eredità musicale del Re del Pop.

«Dopo 27 anni, Thriller influenza ancora la musica di oggi e ogni Boy Band contemporanea lo studia e lo imita. La maggior parte del rhythm and blues (R&B) e dell'hip-hop è influenzato dai ritmi elettronici di quell’LP».

A quali artisti si riferisce?
«Justin Timberlake, Robin Thicke, Ne-Yo e Rihanna tanto per citarne alcuni. Jackson è stato il primo ad abbinare ballate vocali fluide e melodiche a ritmi di sottofondo elettronici e frammentari, tipici del R&B di oggi. Dopo 20 anni Wanna be startin’ something scatena ancora le piste da ballo. Il suo DNA musicale è virtualmente presente in ogni stile, compreso il rock».

Anche nelle band più nuove? 
«Usher e Ginuwine sono una versione gioiosa di Michael Jackson; altri artisti si ispirano a lui ma sono più “machi”, tutti lo hanno studiato. Per capire l’importanza di Jackson basta osservare il numero delle band che lo imitano rispetto ai Beatles. Oggi l’hip-hop è il linguaggio internazionale della musica, non il pop inglese».

E quale eredità ci lascia nella danza? 
«E’ stato il più grande ballerino dai tempi di Fred Astaire e Bill “Bojangles” Robinson. Michael li aveva studiati, insieme a Charlie Chaplin - la canzone Smile dell’album HIStory fu scritta da Charlot - alle danze africane e alla break dance. Su Youtube gira un video dove artisti Vaudeville, quali Robinson e Sammy Davis Jr. fanno il back slide: il vero antesignano del moonwalk. Tutti usano ancora questi passi, anche nei film di Bollywood».

Come spiega il suo appeal internazionale? 
«Jackson è partito come artista Vaudeville, che stupiva gli spettatori ogni volta che saliva sul palco per cantare e ballare dal vivo. Ma poi ha capito che per diventare una star globale doveva offrire le proprie performance anche in video. Si è messo a studiare tutti i musical di Hollywood, da Singing in the Rain a Westside Story, dal quale ha tratto ispirazione per il suo Beat It. Grazie ai video, Jackson è accessibile ovunque, dal Malawi, all’Indonesia, all’Argentina».

Quindi era una persona molto studiosa? 
«Nessun artista viene fuori dal nulla e certamente Michael Jackson era uno studente zelante. Ha studiato tutto quello che Hollywood ha prodotto musicalmente».

Chi ha più influenza oggi a livello internazionale: Michael Jackson o Bob Dylan?
«Il ritmo viaggia meglio delle parole e non teme barriere linguistiche: le canzoni che fanno ballare, lo fanno ovunque. Dylan arriva al cuore con la poesia, che non viaggia allo stesso modo. Anche se erano calate in USA, le vendite degli album di Jackson continuavano a salire nel resto del mondo. La chitarra folk e la musica ispirata al blues di Dylan sono per le generazioni più vecchie, mentre i suoni elettronici e sintetici di Jackson hanno più appeal sui giovani».

Michael Jackson avrà un posto accanto ai grandi della musica, da Sinatra a Elvis ai Rolling Stones? 
«Certamente. Soprattutto tra le generazioni più giovani. La musica che ti colpisce tra i 10 e i 30 anni è quella che ti resta».

Perché le generazioni meno giovani non lo apprezzano? 
«Perché la musica è generazionale e ti trafigge quando sei giovane e i tuoi ormoni sono in subbuglio. Sinatra è stato l’idolo dei miei genitori, Bob Dylan dei Figli dei Fiori, Jackson dei ragazzi degli anni ‘80: cantava le loro canzoni, li accompagnava nelle danze, era il sottofondo delle loro feste e dei loro amori. E’ giusto che i Baby Boomers siano affezionati ai loro artisti, ma la musica non finisce quando uno compie 30 anni».

È vero che le sofferenze personali di Jackson hanno contribuito al suo successo? 
«Dalla sua voce emergono vulnerabilità e dolore e questo affascina la gente. Se uno ascolta attentamente Wanna be startin’ something, o Billy Jean, capisce che la sua non è la voce calda e melodica di Sinatra. E’ il paradosso di un artista straordinario e allo stesso tempo sofferente che gli ha portato un successo tanto eccezionale».

Questo tormento interiore è anche la causa ultima della sua morte?
«Purtroppo sì. Odio pensare che tutti gli artisti debbano essere sofferenti, ma nel suo caso il mix di talento sublime e personalità problematica lo hanno reso famoso in tutto il mondo».

Cosa pensa del video delle prove per il concerto realizzato due giorni prima della morte?
«Mi sembra che Jackson volesse reinventarsi come una sorta di figura storica: un attivista per i diritti umani che invoca Martin Luther King. Il suo sogno commerciale di avere tutto il mondo come audience può anche essere letto come un desiderio di pace e fratellanza universali: un’utopia senza razzismo o rivalità tribali».

FONTE ORIGINALE Corriere della Sera