lunedì 14 dicembre 2015

"Il mito di Michael Jackson: una mano sul pacco, l'altra tesa verso il cielo" di Viviana Viviani

Definire Michael Jackson un "mito" va ben oltre l'abuso che un certo gergo giovanile tende a fare di questo termine, poiché nella sua vita quanto nella sua morte è facile trovare numerosi elementi della mitologia classica.

Basti pensare a Dioniso, giovane semidio dal capo riccioluto, capace di trascinare chiunque intorno a sè nell'ebrezza sensuale della musica e della danza, che, ancora bambino, fu fatto a pezzi e divorato dai Titani, creature feroci e fameliche non più dei colossi della stampa e del marketing. Ed il delirio dei fans a volte non sembra così diverso dal furore delle baccanti.

Basti pensare a Icaro, che vola troppo in alto per le sue ali fragili e si avvicina pericolosamente al sole, o forse ad un faretto esploso troppo presto in un spot pubblicitario, iniziando la sua caduta.

E continua a cadere come Narciso, perso nella propria immagine, nel tentativo di modificarla a suo piacimento, di armonizzarla alla percezione interiore di sé, di renderla perfetta. Per colpa di un padre violento che lo prendeva in giro per il suo naso grosso, dice la leggenda.

Il suo volto diviene così un'unità armoniosa di contrari, a metà tra maschio e femmina, tra bianco e nero, tra bambino e adulto. Un Giano bifronte dalle molte variabili. Se ciò dipenda da processi naturali quali la crescita e la malattia o artificiosi come la chirurgia plastica, ed in che misura, ormai poco importa. Senza sesso, senza razza e senza tempo, come la musica, come il mito.

Ma se per quanto riguarda la sessualità e l'etnia superare la banalità degli schemi poteva ancora essere possibile, e forse affascinante, per l'essere umano e l'artista che era in lui, la lotta contro il tempo era destinata fin dall'inizio alla sconfitta. Sia fosse tesa all'illusione dell'immortalità, che al più probabile tentativo di recupero di un'infanzia perduta. Non una vera e propria ubris, quanto un disagio dalle radici profonde, che conteneva già in sé il germe di una nemesi inevitabile. Così il tempo ha trasformato senza pietà i sogni in debiti, l'armonia in ambiguità, il genio in nevrosi, il fenomeno in mostro.

Come una sorta di Minotauro rinchiuso nel labirinto di giostre di Neverland, da lui stesso costruito e di cui non sapeva o non voleva più trovare l'uscita. Per alcuni un essere crudele in attesa di giovani vittime sacrificali, proprio come il principe di Creta. Per altri un individuo fragile, vittima della sua unicità e, come l'Asterione di Borges, perso in un'immensa solitudine.

Ora, nel momento della sua morte, al di là degli eccessi del gossip e dello sfruttamento mediatico, la reazione collettiva del pubblico più affezionato appare intrisa di religiosità laica e di spontanea credenza nel divino, di quella che non ha bisogno di dogmi né di intermediari. Tra i messaggi di addio, nei numerosi forum dedicati a Michael, la maggior parte vedono in lui un angelo volato in cielo, un'anima libera e immortale, una nuova stella che brilla nell'universo.

Così il mito resta in bilico tra umano e sovrumano, proprio come Michael stesso era un mistero di contraddizioni: tra materialismo e filantropia, immortalità e autodistruzione, innocenza e sensualità. Come quando sul palco sfidava i limiti umani della fatica e le leggi della gravità, sospeso tra sacro e profano, con una mano ad afferrare il cavallo dei pantaloni e l'altra tesa verso il cielo.

E proprio quando la morte viene a ricordarci che in fondo era soltanto uno come noi, allora siamo pronti a consacrare all'immortalità la sua arte e il suo ricordo.

Mentre i telegiornali non risparmiano i dettagli macabri delle autopsie, anche la passione del suo corpo sofferente, scheletrico e trafitto diventa motivo di catarsi.

Per chi si sente solo e diverso da tutti, per chi vorrebbe essere speciale e non lo è, per chi si strugge nel non poter tornare indietro a rivivere o cambiare la propria infanzia, o qualche altra parte del passato. Per chi semplicemente si rende conto ad un tratto che tanti ricordi della propria vita sono legati alle sue canzoni, ai suoi concerti, ai suoi passi di danza. E sente all'improvviso la mancanza di qualcuno che nemmeno conosceva o a cui da tanti anni nemmeno pensava.

Più accessibile di un Dio lontano, che giudica e forse, ma soltanto forse, e spesso a caro prezzo, salva e perdona, il mito si lascia docilmente giudicare, aiutandoci a salvare e perdonare noi stessi.

Così mentre scompare un grande artista, e per i più romantici nasce in cielo una nuova stella, sulla terra si accende un firmamento di televisioni per il funerale in diretta mondiale. L'ultimo addio, prima che nelle case le vicende umane proseguano il loro corso.

Al primo piano un uomo di 40 anni, ricorderà quando ha ballato Beat it con i compagni di scuola, e il primo bacio sulle note di Liberian girl, e lo assalirà all'improvviso tutta la vita passata, anche quella che aveva dimenticato, ma non piangerà, perché un uomo adulto non piange, o perlomeno non piange per la morte di un cantante.

Sua moglie ascolterà la radio pulendo il salotto, poi in cucina si chiederà che ne sarà ora di quei tre poveri bambini senza madre. Ma solo alle prime note di You are not alone le arriverà un nodo in gola, pensando alle sue lunghe giornate sola in casa, in attesa dell'ora di cena.

La loro figlia di 20 anni, vedrà le immagini di Michael da giovane e lo troverà bellissimo, poi piangerà pensando che lei sì avrebbe saputo capirlo, non come quel padre violento e quelle finte mogli che l'hanno abbandonato, e si addormenterà sperando di sognarlo ancora una volta.

Al secondo piano un ragazzo di 30 anni penserà che anche suo padre lo umiliava e lo considerava un debole, anche se non lo picchiava con la cinghia per costringerlo a cantare e ballare. Anche perché lui, di cantare e ballare, non sarebbe mai stato capace. Allora piangerà per Michael e per se stesso, pensando a quanto è difficile essere amati ed essere se stessi nello stesso momento.

Al terzo piano un altro penserà che ad uccidere Michael sia stato il troppo successo, e sarà felice della sua normalità e di non avere alcun talento. Poi ripenserà a quando anche lui veniva preso in giro per il suo aspetto, per il naso e per l'acne, e si sentirà fiero di essere riuscito ugualmente a crescere e a diventare un uomo.

Allora rientrerà la sua compagna, lo troverà addormentato tra il televisore e la playstation, e penserà che anche lui, come Michael, rimarrà sempre un eterno bambino. Poi ascolterà le parole di Brooke Shields e piangerà per tutti gli amici perduti, anche per quelli ancora vivi.

All'ultimo piano un uomo di 50 anni, guarderà la tv di sfuggita pensando che Jackson era soltanto un drogato, o forse peggio, perché quando girano certe voci qualcosa di vero c'è sempre. Vedrà la piccola Paris e si domanderà se suo figlio di 12 anni direbbe di lui che è il padre migliore del mondo. Si risponderà di sì, perché gli ha trasmesso i sani valori della famiglia, del lavoro e della religione. Poi gli dirà di spegnere la tv e andare a dormire, invece di perdersi dietro a falsi miti e pessimi esempi.

Allora suo figlio penserà con rabbia che non vuole diventare un uomo qualunque come suo padre. Poi chiuso nella sua stanza prenderà l'iPod e partiranno le note di Billie Jean, che fino a pochi mesi prima lui nemmeno conosceva. Azzarderà una moonwalk e inciamperà sul tappeto, poi ne tenterà un'altra e gli sembrerà così ben riuscita che gli parrà davvero di camminare sulla luna.

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